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Whisky facile

Cinema e whisky

Forse il più celebre film recente sul whisky (o ‘whiskey’, come scrivono in Irlanda) è La parte degli angeli di Ken Loach, Premio della giuria al Festival di Cannes 2012.

Si narra di un ragazzo scozzese in affido ai servizi sociali dopo una condanna per violenze che scopre di avere un talento naturale come assaggiatore di whisky di malto o di blended whisky.

Con i suoi amici cerca così di organizzare un colpo ai danni di una delle più blasonate distillerie di Scozia, il cui grisbì potrebbero essere due bottiglie da centomila sterline l’una.

Il titolo originale del film, The Angels’ Share, allude alla cosiddetta ‘percentuale degli angeli’, ovvero la quantità di distillato che evapora nelle botti di rovere durante la maturazione.

Tornando indietro nel tempo, senza cambiare paese, un altro film britannico a trazione scozzese da citare è Whisky a volontà! (1949), esordio dietro la macchina da presa del mitico Alexander Mackendrick, regista poi di The Ladykillers con Peter Sellers e Alec Guinness, rifatto in epoca recente dai fratelli Coen a Hollywood.

Whisky a volontà! è una commedia della Ealing che racconta le peripezie avventurose della comunità di un’isola dell’arcipelago scozzese nota per la produzione di un pregiatissimo whisky quando però, a causa del razionamento viveri imposto dalla Seconda guerra mondiale, vengono a mancare le materie prime per la distillazione, in particolare orzo e altri cereali.

Successo e popolarità di Whisky a volontà! sono nel mondo anglosassone inesauribili.

Il film è considerato tra i cento britannici migliori del ventesimo secolo, ma negli Stati Uniti venne intitolato Tight Little Island, invece dell’originale Whisky Galore!, dato il divieto di citare il nome di una bevanda alcolica.

Invece il titolo francese, Whisky à go go, ha poi ispirato il nome di un celebre night club parigino.

Che il whisky sia invenzione scozzese è in verità contestato soprattutto dagli irlandesi, i quali ne rivendicano la primogenitura, anche se appare ormai appurato che il primo distillato di malto sia stato prodotto effettivamente tra le Highlands.

Il nome è l’anglicizzazione di un termine comune al gaelico scozzese e irlandese, ‘uisce’ o ‘uisge’, che significa ‘acqua’ (‘uisge beatha’ è traducibile con il nostro ‘acqua di vita’).

In tutto il mondo anglosassone il whisky diventa l’alcolico più diffuso anche nei riferimenti culturali, quali teatro, letteratura e naturalmente cinema.

In Canada e negli Stati Uniti, fin dal Millesettecento, si sviluppano e diffondono forme autoctone di distillato, come il rye canadese e il bourbon statunitense.

In Louisiana, nel 1874, un barman d’origine irlandese, Martin Wilkes Heron, inventa un liquore miscela di whisky, arancia, cannella e vaniglia, poi chiamato Southern Comfort, da allora uno dei più popolari tra quelli americani.

Si intitola in originale Southern Comfort uno dei migliori film di Walter Hill, I guerrieri della palude silenziosa (1981), che vede un gruppo di uomini della guardia nazionale braccati da bellicosi cajun (la minoranza francofona della Louisiana) tra le paludi.

Non ci sono riferimenti precisi al whisky oltre al titolo, che naturalmente ironizza sulla tipica ospitalità sudista, ma nel finale i cajun bevono nel loro accampamento distillato prodotto clandestinamente.

A proposito di clandestinità: dal 1919 al 1933 negli Stati Uniti vige il cosiddetto proibizionismo, ovvero il divieto di produrre e vendere bevande alcoliche, salvo quelle a scopo medico e terapeutico.

Da notare che tale divieto, sancito da un emendamento della Costituzione, il diciottesimo, vale su tutto il territorio federale perché in verità alcuni stati, già dal secolo precedente, vietavano il consumo di alcolici.

Il proibizionismo genera un aumento esponenziale della criminalità organizzata che prospera sulla vendita clandestina soprattutto di whisky (ma anche champagne, nei locali notturni).

Sono questi gli anni del confronto sanguinoso tra le due organizzazioni criminali principali negli Stati Uniti, l’Irish Mob e la mafia italoamericana (spesso alleata con la criminalità ebraica) che vedrà sul finire degli anni Trenta il predominio della seconda sulla prima (Bugs Moran, i cui uomini vennero uccisi da Al Capone nel massacro di San Valentino, era appunto un boss della criminalità d’origine irlandese).

Al Capone, San Valentino, ispirano molti film del periodo a partire da Piccolo Cesare (1931), con Edward G. Robinson nei panni di Cesare Rico Bandello, boss in ascesa del sottobosco gangsteristico di Chicago.

Mussolini fece vietare la distribuzione del film in Italia per la pessima pubblicità che faceva agli italiani, benché ‘americani’; ma molti banditi del film erano chiaramente d’altra origine etnica, in particolare appunto irlandese.

Altro peso massimo del genere d’epoca è naturalmente Nemico pubblico, sempre del 1931 e sempre ambientato a Chicago, dove è invece l’Irish Mob del boss Paddy Ryan a reclutare il giovane James Cagney per il ‘bootlegging’, come in gergo malavitoso viene indicato il trasporto clandestino di whisky e altre sostanze alcoliche.

In Il padrino – Parte II (1974) è il boss ebreo Hyman Roth (interpretato dal grande Lee Strasberg, principale divulgatore del Metodo Stanislavskij nel mondo) a ricordare a Michael Corleone (Al Pacino) come lui e suo padre, don Vito, si fossero da giovani arricchiti con il bootlegging (“Io mettevo la materia prima e tuo padre i camion”).

E di whisky ne corrono ovviamente fiumi in C’era una volta in America di Sergio Leone (1984), dove Max (James Woods) e Noodles (Robert De Niro) inventano un modo ingegnoso per salvare il carico di whisky dai controlli della polizia.

Tra i film recenti ambientati in pieno proibizionismo va citato Lawless (2012) di John Hillcoat, storia vera dei tre fratelli Bondurant che fecero della contea di Franklyn, in Virginia, la più ‘fradicia’ del mondo per via della produzione illegale di bourbon.

Sceneggiato dal musicista australiano Nick Cave, e ispirato ai memoir familiari di Matt Bondurant, pronipote dei tre fratelli, Lawless è interessante perché tra le poche opere cinematografiche a raccontare dall’interno, sebbene con i consueti toni ‘noir’, l’ampio sistema di distillazione clandestina di whisky nelle zone rurali del paese, in particolare Virginia, Missouri e Kentucky.

Da notare come spesso da questi artigiani di frodo, specie delle distillerie a conduzione familiare come quella dei Bondurant, non veniva prodotto vero e proprio whisky, in nessuna delle sue varianti, bensì il cosiddetto ‘Moonshine’, equivalente americano della nostra grappa solo fatto con il mais come materia prima invece dell’uva.

In certe zone del Midwest degli Stati Uniti il Moonshine è ancora piuttosto diffuso.

Certo noir e gangster movie, durante e dopo il proibizionismo, hanno offerto una narrazione eccezionale del proliferare delle bevande alcoliche ma il genere che ha imposto il whisky come centrale di un intero immaginario è il western.

Whisky servito nei saloon come acqua, personaggi connotati in funzione del numero di bicchieri bevuti quotidianamente (si pensi come esempio al leggendario Dude/Dean Martin di Un dollaro d’onore di Howard Hawks, 1959, chiamato ‘borrachon’, ubriacone, dai messicani del paese). Esiste addirittura una categoria di personaggio votata quasi antropologicamente, e per puro paradosso, al consumo di whisky nel Far West, ed è il medico del villaggio.

Dietro l’apparenza bonaria di alcuni suoi interpreti sempre alticci (cito perché emblematico il doc di Ombre rosse, 1939, interpretato da un grande caratterista, Thomas Mitchell) vale la pena sottolineare il travaglio di chi – medico, scienziato – avrebbe gli strumenti intellettuali per elevare il livello culturale di un contesto per definizione selvaggio, e invece è costretto a soccombere di fronte all’irrazionale, animalesca violenza degli uomini.

Ricordo, come esempio memorabile, che dopo un’ennesima sbronza il magnifico Doc Hallyday interpretato da Victor Mature in Sfida infernale (1948) lancia un bicchiere di whisky contro una teca di vetro alla parete, contenente il suo diploma di laurea.

Una trattazione esauriente della presenza del whisky nei film, e più in generale nella storia del cinema, è praticamente impossibile, dato il suo utilizzo massiccio e ricorrente.

Specie nel cinema statunitense la figura del bevitore di whisky è trasversale ai generi, alle epoche, alle tipologie di produzione.

Rispetto alle restrizioni di un tempo, ora anche in certi tv show, specie quelli destinati ai canali televisivi via cavo, si presuppone quindi accessibili solo a una fascia selezionata di pubblico (ma con la pratica del download on line si tratta di una pia illusione), si è assistito a esperimenti di product placement di celebri marche di liquore.

Tra gli ultimi casi citiamo la prima stagione dell’acclamato serial HBO True Detective (2014), realizzato dallo sceneggiatore Nick Pizzolatto e dal regista Cary Fukunaga.

I due poliziotti protagonisti, interpretati da Matthew McConaughey e Woody Harrelson, sono heavy drinker, entrambi con alle spalle problemi di alcolismo, e bevono soprattutto il whisky irlandese Jameson, sponsor della produzione.

Mauro Gervasini