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“Aggrappati al tuo sigaro”

Cinema e sigari

“Se non mi ricordo una parte mi metto un sigaro in bocca, l’accendo e aspetto che mi torni la memoria”.

Così Julius Henry Marx in arte Groucho, straordinario mattatore del cinema comico Usa del quale è davvero difficile trovare una fotografia senza in bocca l’amato Dunhill 410.

Perché è in effetti capitato, in epoca meno salutista, che l’attore fumatore portasse in dote il proprio sigaro al personaggio.

Ad esempio, il passaggio di testimone da Sean Connery a Roger Moore in Agente 007 – Vivi e lascia morire (1973) fa di James Bond un appassionato fumatore di sigari, quando il personaggio inventato da Ian Fleming è in realtà affezionato alle sigarette Chesterfield King Size (Connery ne fuma una anche nella sua prima apparizione in assoluto nel ruolo della spia, in Agente 007 – Licenza di uccidere, 1962, al tavolo da gioco).

In Vivi e lascia morire Bond fuma il sigaro addirittura mentre plana sull’isola del nemico Kananga (Yaphet Kotto) con il deltaplano.

Per la cronaca, l’ultimo Bond fumatore è Timothy Dalton in 007 – Vendetta privata (1989), ma la malvagia Famke Janssen fuma un sigaro al Casinò di Montecarlo in GoldenEye (1995).

Di George Peppard ricordiamo il mitico sigaro cubano, quasi una ‘protesi’ del ghigno beffardo di John Hannibal Smith nella serie tv A-Team.

Arnold Schwarzenegger, “sigaresco” anche ai tempi del governatorato della California, sincero appassionato del tabacco nonostante un’esistenza da atleta, non smette mai di fumare cubani in Predator (1989), anche se si trova in una giungla dell’America Latina alle prese con un micidiale invasore venuto dallo spazio.

Tra i grandi cineasti Orson Welles ha spesso fumato sigari anche davanti alla macchina da presa, ad esempio in L’infernale Quinlan (1958).

Non fumava invece Stanley Kubrick, ma è difficile dimenticare il reazionario generale Jack D. Ripper (da leggersi come “Jack the Ripper” ovvero Jack lo squartatore) interpretato da Sterling Hayden in Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964), sempre con il sigaro in bocca.

Alfred Hitchcock di una marca di sigari fu addirittura testimonial per uno spot in tv.

Una sua celebre fotografia per il lancio di Gli uccelli (1963) lo inquadra mentre fuma con un pennuto appollaiato sul cubano.

A Danny Trejo in Machete (2010) un prete in canonica offre una scatola di sigari “fatti a mano in Messico”: del resto lui era entrato in chiesa fumando…

Una sequenza molto interessante è presente nel sottovalutato Black Hawk Down di Ridley Scott (2001), quando il maggiore Garrison, interpretato da Sam Shepard, si presenta al suo contatto in Somalia che gli offre un sigaro, insistendo con queste parole: “Lo prenda, è cubano”. Garrison ne tira fuori uno suo dal taschino, dicendo di averlo preso a Miami, come fosse implicita la qualità, ma l’africano gli risponde che “Miami non è Cuba”.

Oggi, con la riapertura delle relazioni diplomatiche e soprattutto commerciali tra gli Stati Uniti e l’isola castrista, una scena simile fa sorridere; ma dobbiamo pensare che per circa mezzo secolo i sigari cubani sono stati uno dei ‘beni’ più contrabbandati in assoluto negli Stati Uniti, e spesso a procurarseli erano direttamente i membri dell’establishment politico e militare.

Nel film Moonwalkers (2015) di Antoine Bardou-Jacquet (ancora inedito in Italia) un bizzarro generale dell’esercito americano coinvolge un agente della Cia traumatizzato in Vietnam (siamo nel 1969) affinché convinca Stanley Kubrick (!) a girare un falso allunaggio, memore della perfetta riuscita delle riprese spaziali di 2001: Odissea nello spazio, da mandare in onda nel caso in cui la missione dell’Apollo 11 fallisca.

Il militare ostenta i suoi sigari cubani, ‘conquista’ del suo rango in un momento nel quale la guerra fredda di fatto ne impedisce l’acquisto regolare.

Viene da Cuba, come chi lo fuma, il sigaro agitato in una celebre sequenza di Scarface di Brian De Palma (1983) da Tony Montana, il boss emergente della mafia di Miami interpretato da Al Pacino.

Si dice che proprio il successo di questo film abbia contribuito a rilanciare il consumo di sigari, passati un po’ di moda tra gli anni Sessanta e i Settanta.

Il cigarillo (o sigarillo) è per tutta la Trilogia del dollaro il marchio di fabbrica dei pistoleri interpretati da Clint Eastwood.

Così connotati da far dire una volta al regista Sergio Leone, in modo un po’ ingeneroso, che Clint aveva due espressioni: “con e senza sigaro” (esiste per dovere di cronaca anche la variante della stessa battuta “con e senza cappello”).

In Il buono, il brutto e il cattivo (1966) c’è una scena molto toccante in cui Il Biondo (Eastwood) soccorre un soldato sudista, e quando si accorge che non c’è più niente da fare gli infila tra le labbra il cigarillo per un’ultima boccata di fumo.

Un’idea di Luciano Vincenzoni, già sceneggiatore di La grande guerra di Mario Monicelli (1959), ispirata a un fatto storicamente accertato.

Durante la Prima guerra mondiale, in particolare sulla linea di combattimento della Marna, i soldati delle opposte fazioni organizzavano tregue per scambiarsi tabacco.

Il cigarillo di Eastwood nei film di Leone è un Toscano, scelto perché simile alla qualità Virginia molto in voga negli Stati Uniti di metà Ottocento. Recentemente Carlo Verdone, noto amico del cineasta romano, ha rivelato che Clint Eastwood, convinto anti tabagista, si era all’inizio opposto a questo particolare della definizione del suo personaggio (parliamo di Per un pugno di dollari, 1964, primo capitolo della Trilogia), ma non aveva ancora la forza contrattuale per opporsi a una precisa volontà del regista.

Da notare, sempre nel cinema italiano, una mitica scena di Don Camillo (1952).

Il prete interpretato da Fernandel, quasi senza accorgersene, toglie dalla tasca un Toscano di fronte al crocifisso parlante, e viene redarguito da Gesù.

Al quale risponde: “Chiedo scusa Signore: devo averne preso uno a Peppone senza domandarglielo”.

Il Cristo gli intimerà di sbarazzarsi anche delle briciole, così da non fumarsele nella pipa.

Sempre a proposito dei Toscani, una curiosità da Anatomia di un omicidio di Otto Preminger (1959): un amico di James Stewart stigmatizza la sua abitudine di fumare sigari in quanto ‘italiani’.

Che i Toscani, benché celebri in tutto il mondo fin dall’800, fossero considerati meno pregiati di altri, è riportato anche in un racconto di Arthur Conan Doyle contenuto nella raccolta L’ultimo saluto di Sherlock Holmes (1917) quando Holmes, al termine di una cena in un ristorante italiano, consiglia a Watson di provare uno dei sigari del proprietario, il signor Goldini, con queste parole: “Sono meno perfidi di quanto ci si aspetti”.

Veniamo al cinema francese.

L’anno scorso grande agitazione perché un ex ministro e alcuni deputati volevano far passare una legge che vietasse del tutto scene di gente che fuma nei film.

Non è passata, ma è lo specchio dei tempi.

Nel paese più tabagista d’Europa, uno degli ultimi a vietare il fumo nei luoghi pubblici, il dibattito pare comunque aperto.

Nei film francesi si consumano soprattutto sigarette: Gitanes senza filtro fieramente aspirate da tutti i divi maschi e femmine in una miriade di titoli, da Il bandito della Casbah (1936) a OSS 117, Le Caire nid d’espions con Jean Dujardin (2010), inedito in Italia, e si ricordano pochi sigari.

Jean-Paul Belmondo ne è però consumatore abituale, e infatti fumano il sigaro i suoi personaggi nei film di Philippe de Broca (in particolare L’uomo di Rio, 1964, e L’uomo di Hong Kong, 1965).

Ma anche il suo gangster marsigliese di Borsalino (1970).

Tornando invece al cinema americano, il sigaro è status symbol dei gangster, come ricorda l’uso abituale che ne fa Al Capone/Robert De Niro in The Untouchables – Gli Intoccabili di Brian De Palma (1987).

La fiamma del peccato (1947) di Billy Wilder, magnifico noir, comincia con l’assicuratore Fred MacMurray che visibilmente ferito raggiunge il suo ufficio e si mette a registrare una confessione per l’investigatore della compagnia Barton Keyes, interpretato dal grande Edward G. Robinson: “Aggrappati al tuo sigaro, Keyes” dice prima di rivelare all’amico, presupponendone lo stupore, di essere lui l’assassino di mister Dietrichson, ucciso per volontà della moglie Barbara Stanwyck, sua amante, così da poter riscuotere il premio della clausola di ‘doppia indennità’.

Mauro Gervasini