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Il congiuntivo

In fondo avremmo potuto intuire che il crollo del congiuntivo nella lingua parlata anticipava il crollo delle piccole regole del nostro vivere quotidiano così come il crollo del muro di Berlino anticipò il crollo del comunismo.

Il congiuntivo, infatti, rappresenta un rispetto puntiglioso della sintassi mal digerito da generazioni di studenti attratti dalla comodità dell’indicativo e convinti di non commettere una grave infrazione nell’usare il secondo al posto del primo.

Lo stesso sentimento coltivato dai ciclisti che scorrazzano con la bici sui marciapiedi, dagli automobilisti che parcheggiano la vettura dinanzi agli scivoli per i disabili, dai passanti che con il semaforo sul giallo si lanciano nell’attraversamento di strisce pedonali lunghe venti metri, si trovano con il rosso a metà dell’attraversamento e inveiscono contro le macchine che vorrebbero passare.

Nessuno è sfiorato dal dubbio di commettere una trasgressione capace, per quanto lieve, d’intaccare il combinato disposto del nostro stare insieme.

Poi ci meravigliamo di una classe politica, colpevole di ripetere sul palcoscenico i comportamenti che teniamo dietro le quinte.

In Italia abbiamo inventato il costo della politica, cioè consentire a seicentomila di noi di vivere a sbafo.

Alzi la mano chi ha mai capito l’importanza dei consigli di zona, fatta eccezione dei consiglieri medesimi e dei presidenti, destinatari di pingui gettoni di presenza, e poi, salendo per li rami, del Tar e del Consiglio di Stato, lobbies micidiali messe lì a complicare la vita di tantissimi di noi e a procurare prebende agli adepti.

Per acquisire la fluidità necessaria a onorare il congiuntivo da mattina a sera servivano la pazienza, la tenacia di schiere d’insegnanti e il rigore dei genitori.

Finché la famiglia e la scuola hanno retto, finché ci sono stati padri e madri persuasi che l’insufficienza o la bocciatura del figlio non fosse addebitabile al malanimo dei professori e finché questi hanno creduto di esercitare una missione, non di svolgere un lavoro salariato, il congiuntivo è rimasto sulla breccia a ricordarci l’importanza della forma, la prevalenza del dovere sulla comodità.

Il congiuntivo valeva la soddisfazione di un lavoro ben fatto, ma non procurava attestati di benemerenza, men che meno buoni acquisti, biglietti gratuiti, riduzioni di tasse, tariffe scontate.

D’altronde il disattenderlo non procurava gravi sanzioni: al massimo un po’ di esecrazione mista a ironia.

Ma chi sa più che cosa sia l’esecrazione scevra da pene, da multe, da afflizioni?

Il Paese, anzi, comincia a riservare agli sperti e malandrini la stessa attenzione mista ad apprezzamento fin qui prerogativa della Sicilia.

Di conseguenza appare normale che sui giornali e in televisione Pomicino disquisisca di legalità nella politica e Moggi di legalità nel calcio.

Dalla politica al calcio l’indulto è la regola costante.

Abbiamo tutti sotto gli occhi l’osceno perdonismo che continua a benedire lo scandalo pedatorio.

Diventeremo mai come gli Stati Uniti, dove i Suns Phoenix persero un probabilissimo titolo nella Nba del basket per un’eliminazione nei quarti di finale a causa della squalifica di due fondamentali giocatori, colpevoli di aver oltrepassato di tre centimetri – misurazione effettuata in tv – la zona off limits fuori dal parquet?

Alfio Caruso