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L’Iran, la Russia e gli altri: verso una probabile uscita dalla crisi

Su insistenza della Russia, l’Iran è stato finalmente ammesso al tavolo dei negoziati  per la Siria. Stava diventando sempre più paradossale, se si vuole uscirne, tener fuori questo protagonista di primo piano  che  ha in  questa storia vitali interessi.

L’Iran e la Russia sostengono Bachar mentre tutti gli altri ne chiedono l’uscita di scena.  Ma sono possibili alcuni compromessi.  Né l’Iran né la Russia sono legati alla persona stessa di Bachar, eppure hanno sempre stimato che le potenze esterne non dovessero precorrere una decisione che appartiene solo ai Siriani nel loro insieme. E entrambi temono che un crollo delle istituzioni, nella confusione di una eventuale eliminazione di Bachar e del suo clan,  crei un caos da cui si generebbero mostri. Dopo l’esperienza irakena e libica, questa è una questione che gli occidentali debbono poter capire. E poi, Mosca, da numerosi decenni sta intrattenendo con Damasco relazioni molto strette. In Russia  vivono circa 20 milioni di mussulmani e, ad occhio e croce, un  paese dista dall’altro tanto quanto Genova dista da Brindisi.

 

Gli incubi afgani dell’Iran e della Russia

In quanto all’Iran, ha paura di un incubo che spera non si realizzi mai. E’ il pericolo di una Siria in mano ai talebani. L’Iran ha già sofferto abbastanza con i talebani in Afganistan. Ha in orrore l’idea che i loro equivalenti possano installarsi e risiedere nei pressi dell’Irak e destabilizzare questo paese fino a raggiungere la frontiera Iraniana. Perciò stesso il generale pasdaran Suleyman, responsabile delle forze speciali iraniane che intervengono in Siria e in Irak  ha convinto personalmente Putin della necessità di un’azione d’urgenza, pena la resa dell’esercito siriano ormai allo stremo.

Un altro incubo, proveniente sempre dall’Afganistan, tormenta anche  i Russi. E’ quello dello stallo che vi ha conosciuto negli anni 1980. Già è visibile  che l’offensiva terrestre delle forze fedeli a Bachar contro i ribelli che mettono in pericolo l’asse vitale Damasco-Aleppo, non ha sortito i risultati sperati, malgrado l’appoggio massiccio dell’aviazione russa. L’Arabia saudita, il Qatar, la Turchia sono stati bene attenti, in accordo con gli Stati Uniti, nel fornire all’opposizione armi in quantità sufficiente e in particolare, armi contro i blindati. L’impossibilità di ottenere un successo decisivo spinge tutti al negoziato. Putin ha preparato il terreno convocando Bachar a Mosca. Gli ha senz’altro spiegato che l’aiuto russo ha comunque un prezzo che dovrà essere pagato in futuro. Dalla parte degli Occidentali si accetta che una eventuale uscita di Bachar non sia più da leggersi come un preambolo ad un processo di transizione, ma piuttosto come una delle sue tappe, possibilmente l’ultima. Quindi, recentemente, tutto ha subito un’accelerazione che prepara  gli animi ad un accordo.

 

Come primo punto riaffermare le integrità territoriali, come secondo cacciare il Daesh (acronimo di Isis in arabo).

C’è almeno una questione sulla quale tutte le parti hanno trovato un accordo  senza difficoltà: è la protezione dell’integrità del territorio siriano. Questo punto non era scontato, tanto è vero che era stata denunciata l’artificiosità delle frontiere tracciate nella regione all’indomani della prima Guerra mondiale, ricordando l’inevitabile emergenza, qui di un Sunnistan , là di un Kurdistan o ancora di un “distretto alauita”. Tanto in Siria che in Irak, in verità sarebbe come aprire il vaso di Pandora. Fissare le frontiere di tali entità aprirebbe alla tentazione di toccare quelle dei paesi vicini: Turchia, Iran. Darebbe la stura a brucianti conflitti tanto quanto e ancora più durevoli, di quelli in corso. Infine sarebbe come dimenticare che durante le loro storie tormentate, sia in Siria che in Irak, si è formato un vero sentimento nazionale.

E poi bisognerà pur insieme sradicare il Daesh, o “Stato Islamico”. Per il momento nessuno si è veramente messo all’opera. Di certo non Bachar el Assad che trae vantaggio nel poter affermare che esiste al mondo qualcosa di più abominevole di lui stesso. I Russi, loro, hanno soprattutto schiacciato chi minacciava più direttamente la “Siria utile”. Non hanno quindi nessuna urgenza di andarsi a cercare il Daesh nel cuore dei deserti decentrati in cui si è installato. In quanto alla coalizione internazionale creata e portata avanti dagli Americani, finora si è limitata ad una sorta di servizio minimo, a parte l’episodio della difesa di Kobane, in ragione della sua carica simbolica. In Irak non sta facendo altro che contenere il Daesh in attesa che l’armata irakena e una mobilizzazione popolare proprio in seno ai Sunniti, siano in grado di cacciarlo.  In Siria, gli Americani sono stati ben attenti a non attaccare le opposizioni radicali, altrove sostenute dai propri alleati: Arabia saudita, Qatar, Turchia…per non rafforzare il potere di Bachar, né peraltro metterlo in difficoltà al punto tale da regalare la vittoria ai ribelli. E dunque,  toccherà all’armata siriana ricomposta e rilegittimata dall’uscita di Bachar al Assad, fare la parte essenziale di questo lavoro- Occorrerà, al momento giusto, aiutarla e constatare fin d’ora a Vienna che questo è l’unico realistico modo di uscire dalla crisi.

François Nicoullaud