favicon
Luchino Visconti

Una vipera divora un moro nello stemma dei Visconti.

Luchino muore settantenne nel 1976, quando l’allusione alle crociate pare un ruvido e remoto retaggio, e ora, quando la politica ridà significato allo stemma dei Visconti, l’ultimo di loro a diventare noto al mondo è ormai ignoto alla massa.

A Luchino infatti Milano non dedica nemmeno un ‘largo’ molto stretto, come ha fatto con Maria Callas, graecula che canta nelle opere da lui messe in scena alla Scala.

Nessuno pensa neanche di ribattezzare la via Marsala della casa materna, dove il futuro regista nasce nel giorno dei morti del 1906; o di ribattezzare via Cerva, dove, al 44, Luchino abita nel palazzo di famiglia; ora il palazzo è all’8 di via Cino Del Duca.

Per la toponomastica di una città mercantile, un editore e produttore è più di un regista e sceneggiatore.

Più gli homines novi si dicono democratici, meno amano il popolo.

Ne sono usciti con tanta fatica…

Luchino Visconti
Luchino Visconti

L’aristocratico Luchino rimpiange invece “quell’odore di Milano che nessuno mi restituirà, i giardini sul Naviglio, le carrozze, i profumi che uscivano dalle botteghe, nostalgia delle rondini che la sera volavano intorno a casa nostra, in via Cerva, le campane di san Carlo, le signore che uscivano dal caffè Conolla.

Mia madre ci portava a passeggio sui bastioni, sento ancora il sudore dei cavalli.

All’ora di cena, la luce del lampadario in sala da pranzo si abbassava e mio padre diceva: ‘Hanno acceso alla Scala'”.

E’ una tradizione di famiglia, la Scala, e il nonno paterno di Luchino, che ne è il mecenate, mette spensieratamente il tutù, irrompendo fra le ballerine.

Dall’altro ramo, Luchino ha un’ascendenza borghese-farmaceutica: Carla Erba è una madre amata nella realtà e tanto più idolatrata – quanto più vilipesa – nei film.

Affiora nei personaggi di Alida Valli in Senso (1954), Ingrid Thulin nella Caduta degli Dei (1969), Silvana Mangano in Morte a Venezia  (1971), Claudia Cardinale in Gruppo di famiglia in un interno e Laura Antonelli ne L’innocente (1976).

Ognuna di loro è Carla, e anche Luchino.

Il quale non dice, ma pensa: “Donna Carla c’est moi”.

Bovary? Nella gara di infedeltà col consorte, Carla non resta indietro.

Il duca Giuseppe commenta: “A chacun son hobby”.

Un hobby quasi sempre maschile per entrambi.

Circola una storiella: l’araldo di Federico Barbarossa annuncia ai milanesi che, presa la città, “tutti gli uomini saranno violentati, tutte le donne passate a fil di spada”; l’araldo vuole correggersi, ma viene interrotto: “Quel che è detto è detto!”.

E’ la voce di un Visconti.

Nel primo Novecento lo scandalo è ammesso in privato: in pubblico significa separazione legale.

Quella di Giuseppe da Carla viene giudicata iniqua dal tribunale: anche più venale della borghese consorte, il duca Giuseppe pretende infatti da Carla, come pecunia doloris, la quota dell’azienda di famiglia che lei condivide con la sorella.

Che non è d’accordo.

Così le azioni tornano du coté de chez Swann, anzi, Erba.

Il giovane Luchino scherza: “A casa nostra non bisogna mai domandare l’ora, perché ci mancano due quarti”.

Intende: di nobiltà.

Il maturo Luchino aggiunge sui due quarti esistenti: “Mio padre! Un nobile, ma certo non un frivolo e tantomeno un cretino.

Un uomo colto e sensibile che amava la musica e il teatro, ecco.

Che ci ha aiutati tutti a capire e ad apprezzare l’arte.

Sono cresciuto con l’odore del palcoscenico nelle narici.

Quello personale che avevamo in via Cerva e quello, stupendo, esaltante, della Scala, che allora era una cosa privata, sostenuta dal mecenatismo di mio nonno e di mio zio dopo”.

“Anche l’odore di farmacia – aggiunge Luchino in età – è cresciuto con me.

I parenti di mia madre venivano da Porta Garibaldi.

Avevano cominciato vendendo medicinali per strada, col carretto…

Ma ormai si era al grande stabilimento…

E noi ragazzi entravamo in quei corridoi che puzzavano d’acido fenico ed era così eccitante, così avventuroso…

Il senso di concretezza, che ho sempre avuto, credo d’averlo preso da quel ramo lì”.

La ditta Erba è concessionaria della Liebig.

Ciò permette a Luchino di avere, tutte e gratis, le figurine ambitissime dai bimbi di allora.

Il suo innato senso del privilegio si rafforza.

Luchino non è solo un Buddenbrook padano.

Per passare dal coté de chez Swann al coté de chez Guermantes, non ha nemmeno bisogno di uscire di casa.

Eppure, se pare più legato ai penati dei duchi che a quelli dei farmacisti, i suoi veri numi sono i borghesissimi Mann e Proust: “Il mio sogno – dice quando la fine è vicina – è girare un film su una grande famiglia milanese, i Visconti di Modrone, ambientato in Lombardia dall’inizio del secolo al bombardamento di Milano, che racconti le vicende di mio padre, di mia madre, dei miei fratelli, di tutti i miei parenti.

Un giorno riuscirò a farlo; allora forse smetterò di fare film su altre famiglie”.

Maurizio Cabona