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Enrico Cuccia

Enrico Cuccia: la discrezione e il potere.

Due elementi che probabilmente non sono, soprattutto il primo, tra i più significativi della realtà e dell’identità milanese.

La discrezione è una virtù che il più delle volte si trasforma nel mantenere entro circoli chiusi, limitati e ristretti il confine dei propri interessi.

Il potere è, quasi allo stesso modo, praticato ed esercitato, ma quasi mai viene ostentato e portato agli eccessi della mondanità: non per nulla l’immagine del ‘salotto’ è quella che è ancora considerata il simbolo del ristretto circolo di quelli che contano.

Ma discrezione e potere non sono nemmeno caratteri della sicilianità, la terra di origine del grande banchiere che tuttavia nell’isola passò solo i primi anni di una vita che ha praticamente abbracciato tutto il secolo.

Originaria della Sicilia, una delle maggiori rappresentanti della borghesia colta palermitana di inizio ‘900, la famiglia di Enrico Cuccia era fortemente legata all’impegno nella politica e nell’amministrazione.

Enrico Cuccia
Enrico Cuccia

Un nome noto quello dei Cuccia, tanto noto che si chiamava proprio don Ciccio Cuccia, ma senza alcuna relazione di parentela con il futuro presidente di Mediobanca, il primo boss mafioso arrestato dal prefetto Mori mandato da Mussolini nell’isola per ristabilire l’ordine e la legalità.

Il sangue di finanziere scorreva già nel padre, Beniamino, funzionario di alto livello del ministero delle finanze dove non a caso il ministro Guido Jung proveniva proprio dalla Sicilia pur avendo solidi legami con una terra anche qui all’opposto, quella della borghesia imprenditoriale triestina con tutti i suoi forti legami con la grandezza dell’imperial regio governo di Austria e Ungheria.

La sintesi di caratteri diversi, se non opposti, di ispirazioni contrastanti, ma unificate nel senso di appartenenza ad una missione sociale, è in fondo una delle costanti dell’esperienza che nel secondo dopoguerra ha portato Cuccia a essere non solo un milanese, ma un milanese che guardava ancora più a Nord, all’esperienza delle grandi istituzioni bancarie sulle rive del Tamigi.

Esponente del capitale pubblico, dato che Mediobanca era partecipata dalle tre banche di interesse nazionale che facevano capo all’Iri, era diventato in breve il più sostenitore e difensore del sistema imprenditoriale privato.

Ed è stato nello stesso tempo un profondo innovatore nelle tattiche finanziarie, in quell’ingegneria  contabile e giuridica che serviva a trovare le risorse e gli equilibri necessari alla protezione dell’establishment economico.

Ma nello stesso è stato un conservatore nelle strategie affinando gli strumenti di controllo al fine di evitare che nelle grandi imprese si affermasse il modello delle public company, quel modello che ha fatto sviluppare il capitalismo anglosassone.

Così Milano è rimasta capitale finanziaria, ma capitale di una provincia, dai confini stretti, contraddistinta da un mercato finanziario con il fiato corto, con una capacità molto limitata di inserirsi nei circuiti del capitalismo globalizzato.

Enrico Cuccia è stato un milanese nel senso che ha saputo costruire un edificio più che dignitoso con gli scarsi mattoni che aveva.

I mattoni erano le poche grandi famiglie che si erano salvate dalla crisi economica degli anni ’30, che avevano attraversato il nazionalismo fascista, che erano sopravvissute al trauma della guerra mondiale.

Ma il cemento era la legislazione carente, un sistema del credito ingessato, una struttura finanziaria che non poteva contare sugli strumenti, come i fondi pensione, che avrebbero potuto dare ossigeno alla necessità di crescita delle imprese.

In queste condizioni non poteva certo costruire un grattacielo.

Ma in compenso quelle quattro mura tra Piazza Scala e i vicoli della City milanese hanno visto svilupparsi i caratteri più significativi del grande banchiere: la sua passione metodica per il lavoro unita alla ricerca privata del bello in un quadro, in un libro antico, in un’opera d’arte, ma anche in quei dialoghi discreti con i Mattioli, i Merzagora, i Pirelli, gli uomini della sua generazione che amava e odiava e che riceveva nel suo ufficio o a cui bisbigliava i suoi commenti sui divanetti rossi del Savini.

“Nella sua piccola stanza di via Filodrammatici, preceduta da una vasta sala rettangolare  – scrisse una volta Eugenio Scalari – in quarant’anni ne son passate di cotte e di crude.”

E Gianni Agnelli all’inizio degli anni ’90 usò queste parole per definire lo stato d’animo di Cuccia dopo il passaggio delle consegne in Mediobanca: “Il suo problema è la convinzione di essere in grado di determinare il corso degli eventi, come accadeva in passato: la realtà invece è cambiata.”

La realtà è talmente cambiata che, visti da lontano, i progetti di Cuccia si sono in gran parte rivelati illusori alla prova del tempo.

La Comit, che doveva diventare il centro del sistema bancario, è praticamente scomparsa inglobata in Banca Intesa; la Montedison si è dispersa dopo l’avventura di Gardini e le Generali sono ancora senza un vero padrone.

La storia ha fatto il suo corso.

E Milano, per riconoscenza, ha intitolato al suo grande banchiere una piazza che non c’è.

Gianfranco Fabi