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Carla Fracci

Mario Pasi – baffi alla Clark Gable e stile impeccabile, caro amico, vero e nobile esperto dell’arte del balletto -autore del felice ritratto della grande ‘Carlina’ che qui propongo è purtroppo trascorso a miglior vita nel maggio 2010. Il testo, vergato su mia richiesta verso la fine del 2005, è pertanto, nella sua bellezza, ‘datato’. – MdPR

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Vedi il suo viso in tante vetrine, compianto elisir di simpatia diceva il pianista Gino Negri, pubblicità gentile, se vai in una scuola di ballo senti le ragazzine che dicono “Vorrei essere come lei”, la trovi in prima linea dovunque ci sia da battersi per i diritti, la democrazia, il lavoro; è l’unico vero personaggio della danza italiana, contesa dalle televisioni, intervistata dai giornali.

Una vera milanese, instancabile e tenace, come si diceva una volta; un’autentica lombarda, che ha fatto del lavoro una missione e che è stata premiata dal successo.

E’ quasi superfluo dire il nome di questa cittadina destinata al ruolo eterno di ‘testimonial’: è Carla Fracci, che ora vive e lavora a Roma, dove dirige il Corpo di ballo del Teatro dell’Opera, e dove è ancora padrona della scena.

Con molta nostalgia per la sua città, per le amicizie di una lunga carriera, per certi usi che non si dimenticano.

La vita di Carla Fracci è come una bella favola: sembra di leggere altre storie, ripercorrendo una carriera così fortunata e sfolgorante, mettendola accanto ai successi di coloro che divennero i re dell’editoria milanese, i Mondadori e i Rizzoli per esempio.

Carla Fracci
Carla Fracci

La Fracci è partita da zero, infatti, e ha costruito la sua vita con ferrea volontà e un grandissimo spirito di sacrificio; non ha mai taciuto sulle sue origini, anzi ha sempre sottolineato con orgoglio il fatto di essere figlia di un tranviere e di una casalinga, di avere abitato in periferia, di non avere avuto le facilitazioni che di norma favoriscono i benestanti in ogni tipo di attività.

Fu ‘la tramvierina’, ciò che nella Milano degli anni cinquanta e sessanta era quasi una medaglia.

Era entrata alla scuola di ballo scaligera ai tempi della mitica Esmée Bulnes, la direttrice severa, nemica della mondanità, personaggio fondamentale di cui non si parlava quasi mai.

Eppure, in quegli anni cinquanta nacque alla Scala una generazione di artisti davvero straordinaria, in seguito mai eguagliata.

Nell’altro settore, quello della lirica, quelli erano gli anni d’oro della Callas, di Corelli, di Del Monaco, di Di Stefano, e dell’angelica Renata Tebaldi.

Carla, la Carlina, la tramvierina, diede il suo passo d’addio il 3 marzo 1955, a diciotto anni, nella stessa serata in cui Maria Callas interpretava la Sonnambula di Bellini, con la regia di Luchino Visconti.

Danzò un classico di Mikhail Fokin, ‘Lo spettro della rosa’con Mario Pistoni, anch’egli destinato a una brillantissima carriera di ballerino e coreografo.

Il passo d’addio era un momento obbligato, alla Scala, per i giovani che avevano concluso il periodo della scuola: era la vetrina dove venivano esposti i gioielli cresciuti in una delle più prestigiose accademie classiche.

Così nascevano e venivano lanciati i nuovi talenti.

Ora il passo d’addio non si fa più, ed è un peccato.

Comunque sia, la giovane ballerina milanese fu subito notata: certamente, tutti in Scala sapevano delle sue qualità, che sarebbero state premiate nell’anno successivo con l’interpretazione del ruolo di Cenerentola nel balletto di Prokofiev.

Non è molto noto, invece, il fatto che, dopo aver chiesto un consiglio a Visconti, il regista, attore e danzatore americano Gene Kelly mandò un suo osservatore alla Scala e fece una proposta alla Fracci, un ruolo in ‘Dancing in the rain’.

Carla non accettò, anche perché sarebbe stata la fine di un sogno ormai vicino alla realizzazione, il sogno di essere davvero la ‘ballerina romantica’ o, come si disse qualche tempo dopo ‘la Taglioni’ del 900.

Era il tipo italiano, la Fracci, bruna e vivace, con in più il dono di una fotogenia totale: a Nervi fu consacrata, era il 1957, nel celebrato ‘Pas de quatre’, quartetto romantico cult dell’800, dove apparve accanto a grandi dame come Yvette Chauviré, Alicia Markova, Margrete Scranne.

Nel periodo aureo della rinascita del balletto in Europa, con l’avvento di Rudolf Nureyev, l’ingresso trionfale sulle scene di Maurice Béjart e la crescita di grandi artisti in ogni parte del vecchio e nuovo mondo, anche l’Italia poté avere una étoile internazionale degna delle più alte tradizioni Ottocentesche.

La bella favola dura ancor oggi, quasi mezzo secolo dopo il fantastico debutto all’ombra della divina Callas.

Il mondo si aprì davanti alla ragazza milanese, la cui bravura sedusse subito anche gli americani; divenne un’artista libera, ma restò sempre legata, col cuore, al Teatro della sua città.

Nel 1964 Carla Fracci sposò Beppe Menegatti, regista teatrale, già assistente di Luchino Visconti: questo matrimonio fu la svolta decisiva per la carriera della ballerina milanese: il giovane fiorentino, appassionato di danza, uomo di gusto e di cultura, non volle che la moglie seguisse le tracce di una carriera che poco a poco si spegne, per motivi di età e di interessi perduti, nell’insegnamento.

Menegatti portò alla luce tutte le potenzialità della Fracci, spostando la sua immagine dalle grazie romantiche e ottocentesche e dai modelli spirituali alla Taglioni su piani brillanti e drammatici.

Così nacquero parti goldoniane e da tragedia greca, in una varietà di atteggiamenti che nessun’altra ballerina italiana ha mai posseduto.

E se subito fu l’eterna Giulietta (così disse Eugenio Montale) divenne poi Medea; e se fu impareggiabile Giselle, e se svettò nella Silfide, vestì poco dopo i panni della Locandiera e di Filumena Maturano.

Ebbe anche la forza di recitare, e di entrare nel mondo in cui svettarono Nijinskij e Isadora Duncan, Tamara Karsavina e Anna Pavlova, nel clima mutevole e splendido dei Ballets russes di Djagilev.

Poco dopo, Carla Fracci è diventata un mito: sempre fuori dagli scandali, dai pettegolezzi, sempre in prima linea sulla scena, ella sa oggi donare la sua disciplina al Corpo di ballo che dirige e che è diventato adulto.

A chi le rimprovera il troppo amore per il teatro, e dunque per la vita, risponde citando i suoi partners più famosi, Erik Bruhn e Rudolf Nureyev, che non sapevano vivere se non danzando.

Con Nureyev ha formato una coppia modello, per tanti anni, lui Romeo lei Giulietta, lui Albrecht lei Giselle.

Se il balletto è tornato popolare in Italia, nella terra del melodramma, di chi è il merito, se non di questi due mostri sacri?

Se Rudi fa Rodolfo Valentino nel film di Ken Russell, Carla è stata la Strepponi, la moglie di Verdi, nel grande sceneggiato televisivo firmato da Castellani.

Lei ha ballato con le gemelle Kessler, in tv, lui ha interpretato The Kingand I, rivaleggiando con Yul Brynner.

Nella Milano fatta bella e grande, nell’arte, da illustri immigrati come Paolo Grassi, Giorgio Strehler, Remigio Paone, dai grandi poeti venuti da Firenze o dalla Sicilia, come i Premi Nobel Montale e Quasimodo, Carla Fracci è stata un momento di sogno e di bellezza.

Le hanno reso omaggio anche i pittori e gli scultori, da Mario Donizetti a Manzù; poiché nulla accade per caso, Carla Fracci ha davvero interpretato al meglio il sogno di tutte le ragazze del mondo, di tutte le Cenerentole della terra.

Mario Pasi