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Pubblicazione curata da Luciano Lanza

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Di seguito, la presentazione ad opera di Angelo Gaccione, direttore di ‘Odissea’  blog di cultura, dibattito e riflessione. – MdPR

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Il movimento libertario può vantare alcune pubblicazioni di grande interesse culturale, soprattutto per la molteplicità dei temi messi a fuoco, per gli ambiti che va a toccare, per l’atteggiamento aperto con cui li affronta e per lo spazio che concede a collaboratori non necessariamente anarchici.

Valga per tutte “A Rivista Anarchica”, giunta al suo 385° numero.

anarchismoLo stimolante e ricco annuario 2014 propostoci Luciano Lanza, che ne è il curatore, e che porta il titolo: “L’anarchismo oggi. Un pensiero necessario” (Mimesis Edizioni, pagg. 230 € 18,00. www.mimesisedizioni.it) si colloca in questo solco.

Fra le firme, alcuni nomi storici dell’anarchismo, sia italiani che stranieri, e poi una serie di studiosi che seppur non militanti attivi, sono comunque contigui alle idee libertarie, o ne hanno una forte simpatia.

Possiamo qui ricordare, assieme a Luciano Lanza, personalità del calibro del grande linguista americano Noam Chomsky, di Marianne Enckell o del teorico della decrescita, il francese Serge Latouche, senza trascurare alcune figure come Amedeo Bertolo, Salvo Vaccaro, Eduardo Colombo che sono presenti da sempre sulla stampa libertaria.

I saggi di questo numero sono parecchi e, trattandosi di un annuario, spaziano in diversi campi.

Vediamoli in dettaglio: Chomsky si intrattiene sul “declino americano”:

La paranoia del “declino americano” è il titolo della sua conversazione, sollecitato dalle domande di David Barsamian;

Michael Albert (Occupy e la sua teoria) traccia una mappa orientativa del concetto di teoria;

Stefano Boni (Trasormazioni dei dispositivi di potere in tempi di crisi) incentra la sua riflessione sui dispositivi molteplici del potere;

David Graeber e Andrej Grubacic (L’anarchismo, o il movimento rivoluzionario del ventunesimo secolo) mostrano come sempre più le radici dei movimenti di trasformazione, si alimenteranno al pensiero anarchico;

la tesi sostanziale di Francesco Codello (L’educazione libertaria alla prova dei fatti) affronta ciò che oramai dovrebbe essere evidente a tutti: la scuola autoritaria ha fallito su tutta la linea e dunque, la pedagogia libertaria è la sola che può dispiegare la forza d’urto metodologica e pratica, per mutare le cose;

dell’analisi di quella che oggi chiamiamo società videocratica, si incarica Alberto Giovanni Biuso (La società videocratica), mentre Fabrizio Eva (La reciproca sfida dell’anarchismo e della geopolitica) invita a riconsiderare il suo quadro concettuale (dell’anarchismo) alla luce di ciò che è avvenuto, in termini di cambiamento geopolitico, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale.

Latouche (Stato e rivoluzione della decrescita) sparge diversi semi stimolanti per la riflessione su un tema divenuto attuale e che sta prendendo piede negli ambienti più diversi.

La decrescita si configura come una “rivoluzione” radicale, come una rottura con gli attuali sistemi economici esistenti, ma anche con quelli politici, dal momento che non si tratta di sostituire un potere ad un altro, ma di tenerlo a bada e superarlo.

Pietro Adamo e Giulio Giorello, partendo da un assioma di Jefferson: “Preferirei vivere con i giornali senza un governo che sotto un governo senza giornali”, mostrano come la libertà di espressione sia il germe fecondo da cui nascono tutte le altre libertà.

Di grande interesse poi il robusto saggio di Massimo Amato (Per un pensiero metafisico del politico), quello di Salvo Vaccaro (Genealogia del pensiero destituente) che prova a rileggere molti aspetti di un autore per nulla inattuale come Etienne de la Boétie, il sulfureo indagatore della servitù volontaria;

quelli di Eduardo Colombo (Le due rappresentazioni dello Stato), di Saul Neuman e Verana De Monte, entrambi di taglio più filosofico;

quello di Neuman postula una ontologia post-anarchica, quello della De Monte parte da Kant e traccia un parallelo fra il concetto di libertà del filosofo di Königsberg, con quello del pensiero dei teorici della tradizione anarchica classica, da Bakunin a Proudhon, da Malatesta a Godwin, da Stirner a Kropotkin.

Come vedete c’è materia per molte riflessioni affrontabili da varie angolazioni, e tutte decisamente stimolanti.

Io vorrei brevemente soffermarmi su alcune buone idee di Luciano Lanza, riportate nel suo scritto che introduce il volume, dal titolo La sfida libertaria.

Intanto la sua constatazione che “il pensiero anarchico si presenta come uno dei più originali e convincenti”, nel momento in cui tutte le ideologie che hanno caratterizzato gli ultimi due secoli, Ottocento e Novecento, hanno fatto bancarotta: sono divenute apertamente omicide, hanno riprodotto (spesso in peggio) quanto volevano cambiare, sono avversate in mezzo mondo e il loro stesso nome è divenuto sinonimo di oppressione, dittature, gulag e campi di concentramento.

Dunque, hanno perso ogni fascino, qualunque attrattiva popolare e di massa.

Il pensiero libertario, al contrario, proprio perché non è un’ideologia, ma una pratica di vita e di liberazione, avrà sempre un cuore giovane ed appassionato, e si ribellerà in ogni tempo ai sistemi chiusi, rigidi, spietatamente definitori.

Mette al centro la libertà e l’uomo con la sua intera consapevolezza: lo responsabilizza a partire da se stesso, dal suo agire quotidiano, dal mutamento personale che influisce sul mutamento della società nel suo complesso, sulla vita nella sua concretezza.

Se è una pratica di vita, se mette al centro la vita e non i sistemi, esso non può tollerare nulla che mortifichi la vita, e sarà ostinato come quelle piante che bucano l’asfalto ed emergono prepotenti a riaffermarla.

Ecco perché ogni volta che un movimento nuovo prende piedi e si affaccia sulla scena della società e della storia, della pratica libertaria assume i caratteri, anche se spesso non ne è culturalmente consapevole; ma è lì che si alimenta per mostrarsi diverso, per differenziarsi.

È a quella fonte che attinge se vuole mostrarsi nuovo e diverso, se vuole restare aderente alla vita e alle sue ragioni.

Che altro è il rifiuto di capi, capetti, leader, bandiere, strutture organizzative esterne che non nascano dall’interno del movimento stesso?

Che cos’è quella voglia di gestire direttamente le proprie lotte? quel partire dal basso? quella coordinazione orizzontale che ritroviamo ogni volta nelle rivolte che si accendono in ogni angolo di mondo?

Se sempre più segmenti considerevoli della società, saranno capaci di affiancare a tutto questo, quello che Lanza chiama “nuova socialità, nuova convivialità” (ancora una volta due istanze inseparabili dalla nostra vita concreta), la vecchia solidarietà sociale ed umana che rende uomo un uomo, allora le ragioni del cambiamento saranno a portata di mano e coloro che le propugnano, saranno invincibili.

Angelo Gaccione